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Cinque anni fa, con "scacco al re" l'arresto di Bernardo Provenzano. Grasso: "Attenti ai nuovi boss"

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di Franco Nicastro Cinque anni fa l'arresto di Bernardo Provenzano, latitante da 43 anni, fu salutato come la fine di un incubo. ''Lo Stato affermava il suo potere, la resa del padrino dava corpo alla speranza che tutto fosse cambiato'', dice il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. E in effetti quella mattina dell'11 aprile 2006 si chiudeva una stagione segnata dal terrore, dalle stragi, dalle relazioni tra la mafia e l'area grigia della borghesia mafiosa. Sembrava che tutto un sistema di potere criminale, intrecciato con gli affari e la politica, fosse crollato. Veniva assestato un duro colpo alla struttura militare e alla gerarchia di Cosa nostra che oggi, dopo l'arresto di Salvatore Lo Piccolo, ha un solo punto di riferimento: Matteo Messina Denaro, l'ultimo padrino latitante. ''Ma attenzione - avverte Grasso - in questi cinque anni puo' essere cresciuta una schiera di nuovi boss, dai volti ancora sconosciuti, che nell'ombra potrebbe avere ricostruito almeno in parte il tessuto lacerato dell'organizzazione''. ''Scacco al re'' fu chiamata l'operazione culminata con la scoperta del covo in contrada ''Montagna dei cavalli''. Ma a differenza di Toto' Riina, che trascorreva la latitanza dorata in una villa con piscina, Provenzano aveva trovato rifugio in un casolare dimesso privo di ogni comodita'. Nessuna traccia di un potere regale, tranne l'inseparabile macchina da scrivere con la quale compilava i suoi famosi ''pizzini''. Era quello il cuore di un sistema postale arcaico che nell'era delle e-mail faceva arrivare gli ordini del capo attraverso un tortuoso percorso e passaggi di mano in mano. In questo modo, come hanno spiegato i collaboratori di giustizia e confermato numerose intercettazioni, Binnu ''u tratturi'' riusciva da un lato a governare il comando strategico di Cosa nostra e dall'altro a tessere una rete di rapporti mediati con la politica e il mondo degli affari. Meglio di Riina, uomo focoso e spietato, Provenzano aveva doti di mediazione che gli consentivano di controllare ancora i grandi appalti, intercettare la spesa pubblica e avere prestanome nella sanita', nelle costruzioni, nella finanza. Uno dei suoi consulenti era fino al 2002 Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso di Palermo che per anni era stato lo stratega di una ''trattativa'' tra lo Stato e la mafia. Anche su questo fronte Provenzano aveva scelto una linea molto diversa da quella di Riina che, nello scontro con lo Stato, aveva messo in ginocchio l'organizzazione. Sua era stata, ricorda Grasso, la scelta della ''invisibilita'''. Dopo la stagione delle stragi era venuta quella della sommersione che aveva decretato la fine di ogni ostilita' violenta. La mafia smise di sparare e assunse una linea di condotta opposta a quella che aveva organizzato gli attentati di Capaci e via D'Amelio. Ora l'unica forma di dominio consentita era l'imposizione del pizzo. Non solo perche' serviva a procurare le risorse di cui la mafia aveva bisogno, ma perche' dava all'organizzazione la forza strategica del collegamento con il territorio. L'arresto di Provenzano e il regime del carcere duro hanno provocato, secondo Grasso, una ''destrutturazione'' di Cosa nostra. ''Hanno arrestato anche i piedi delle sedie'' scriveva dalla latitanza Messina Denaro, costretto a registrare anche la perdita del ''potere contrattuale'' mafioso. Da qui un cambio di passo che ora mette alla prova la capacita' di ripresa della mafia. Per Grasso molto si e' fatto. Ma la partita, a cinque anni di distanza dall'arresto del ''re'' di Cosa Nostra, resta sempre aperta. (ANSA)

di Franco Nicastro Cinque anni fa l'arresto di Bernardo Provenzano, latitante da 43 anni, fu salutato come la fine di un incubo. ''Lo Stato affermava il suo potere, la resa del padrino dava corpo alla speranza che tutto fosse cambiato'', dice il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. E in effetti quella mattina dell'11 aprile 2006 si chiudeva una stagione segnata dal terrore, dalle stragi, dalle relazioni tra la mafia e l'area grigia della borghesia mafiosa. Sembrava che tutto un sistema di potere criminale, intrecciato con gli affari e la politica, fosse crollato. Veniva assestato un duro colpo alla struttura militare e alla gerarchia di Cosa nostra che oggi, dopo l'arresto di Salvatore Lo Piccolo, ha un solo punto di riferimento: Matteo Messina Denaro, l'ultimo padrino latitante. ''Ma attenzione - avverte Grasso - in questi cinque anni puo' essere cresciuta una schiera di nuovi boss, dai volti ancora sconosciuti, che nell'ombra potrebbe avere ricostruito almeno in parte il tessuto lacerato dell'organizzazione''. ''Scacco al re'' fu chiamata l'operazione culminata con la scoperta del covo in contrada ''Montagna dei cavalli''. Ma a differenza di Toto' Riina, che trascorreva la latitanza dorata in una villa con piscina, Provenzano aveva trovato rifugio in un casolare dimesso privo di ogni comodita'. Nessuna traccia di un potere regale, tranne l'inseparabile macchina da scrivere con la quale compilava i suoi famosi ''pizzini''. Era quello il cuore di un sistema postale arcaico che nell'era delle e-mail faceva arrivare gli ordini del capo attraverso un tortuoso percorso e passaggi di mano in mano. In questo modo, come hanno spiegato i collaboratori di giustizia e confermato numerose intercettazioni, Binnu ''u tratturi'' riusciva da un lato a governare il comando strategico di Cosa nostra e dall'altro a tessere una rete di rapporti mediati con la politica e il mondo degli affari. Meglio di Riina, uomo focoso e spietato, Provenzano aveva doti di mediazione che gli consentivano di controllare ancora i grandi appalti, intercettare la spesa pubblica e avere prestanome nella sanita', nelle costruzioni, nella finanza. Uno dei suoi consulenti era fino al 2002 Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso di Palermo che per anni era stato lo stratega di una ''trattativa'' tra lo Stato e la mafia. Anche su questo fronte Provenzano aveva scelto una linea molto diversa da quella di Riina che, nello scontro con lo Stato, aveva messo in ginocchio l'organizzazione. Sua era stata, ricorda Grasso, la scelta della ''invisibilita'''. Dopo la stagione delle stragi era venuta quella della sommersione che aveva decretato la fine di ogni ostilita' violenta. La mafia smise di sparare e assunse una linea di condotta opposta a quella che aveva organizzato gli attentati di Capaci e via D'Amelio. Ora l'unica forma di dominio consentita era l'imposizione del pizzo. Non solo perche' serviva a procurare le risorse di cui la mafia aveva bisogno, ma perche' dava all'organizzazione la forza strategica del collegamento con il territorio. L'arresto di Provenzano e il regime del carcere duro hanno provocato, secondo Grasso, una ''destrutturazione'' di Cosa nostra. ''Hanno arrestato anche i piedi delle sedie'' scriveva dalla latitanza Messina Denaro, costretto a registrare anche la perdita del ''potere contrattuale'' mafioso. Da qui un cambio di passo che ora mette alla prova la capacita' di ripresa della mafia. Per Grasso molto si e' fatto. Ma la partita, a cinque anni di distanza dall'arresto del ''re'' di Cosa Nostra, resta sempre aperta. (ANSA)

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